premessa

A luglio 1909 si riunirono a Roma dei giornalisti e dei parlamentari per una spedizione con scopo la scoperta del paesaggio abruzzese. Nel rapporto conclusivo di questo viaggio in macchina pubblicato sul Giornale d’Italia, l’autore ammette, che l’unica scoperta è quella,dell’ignoranza completa di questo paese. Si incolpavano gli organizzatori di aver calcolato le distanze delle gite di un giorno soltanto sulle cartine, senza tenere in considerazione l'altezza delle montagne.

Simili valutazioni errate si trovano ancora più spesso nella storia. Boccaccio colloca l’Abruzzo, nella terza storia dell’ottavo giorno del Decamerone , alla fine del mondo. Maso racconta a Calandrino di un luogo nei paesi baschi, dove si trova una montagna di parmigiano grattugiato e dove nelle sue vicinanze scroscia un ruscello che non porta neanche una goccia d’acqua ma il miglior vino di vernaccia. Il sempliciotto Calandrino chiede quante miglia ci vogliono per arrivarci. Più di mille, correndo tutta la notte, ottenne come risposta. Allora, deve essere più lontano dell’Abruzzo, disse Calandrino. Ma certo, disse Maso, un po’ più lontano è sicuramente. Bisogna tenere conto che in questo racconto non è l’ignoranza del Boccaccio che si esprime, in quanto noi sappiamo, che nell’autunno del 1362 al suo ritorno da Napoli a Firenze, scelse la via attraverso l’Abruzzo per andare a trovare il suo amico, l’umanista Marco Barbato che era molto stimato anche da Petrarca, a Sulmona.

Due secoli dopo è di nuovo un fiorentino, Giorgio Vasari, che svaluta l’Abruzzo. Egli si stupisce dell’abruzzese Cola da Amatrice che in S. Bernardino a L’Aquila produsse la più bella facciata rinascimentale di questo paesaggio montano, e dice che l’Abruzzo, ad eccezione del Cola, non avrebbe mai esportato un architetto di rango, sottolineando che l’arte in questa regione non sarebbe di casa.

L’enciclopedia Brockhaus dedica all’Abruzzo, nella sua edizione di giubileo del 1901, solo mezza pagina, ugualmente fa l’enciclopedia Meyer del 1927 e finalmente il Baedeker del 1929 constata che in Abruzzo soltanto la montagna più alta dell’Appennino, il Gran Sasso d’Italia sarebbe degna di particolare attenzione.

Gli esempi elencati non sono casi singoli scelti con malevolenza, essi riflettono una nota fondamentale che incontriamo continuamente fino ai tempi d’oggi. L’Abruzzo e il Molise, in effetti, sono i paesi più ignorati delle regioni italiane. Questa regione di altipiani, difficile da visitare non faceva parte del programma dei Grand Tour secondo i quali i numerosi viaggiatori europei attraversarono l’Italia nel XVII e XVIII secolo. Nessun nome d’interesse internazionale è stato tramandato da questa zona in questo periodo.

Montaigne, Chateaubriand, Händel, Mozart, Herder, Goethe e tanti altri conoscevano e adoravano l’Italia, ma non trovarono la strada per l’Abruzzo. Nel 19. secolo artisti tedeschi sommersero l’Italia e tanti di loro crearono al sudest di Roma, a Olevano una nota colonia di artisti. Furono in particolare paesaggisti che trovarono i loro soggetti nei dintorni vicini e lontani di Olevano. Se si sale un po’ più su, sulle colline intorno al paese, si apre all’occhio l’imponente catena montuosa dei Monti Simbruini, con la quale inizia il paesaggio alpino dell’Abruzzo. Quasi nessuno di questi pittori nomadi ha cercato di introdursi in questo mondo.

Le mie escursioni e ricerche nell’Abruzzo cominciarono da Roma, alla fine degli anni trenta. Il giudizio dei miei colleghi storici e storici dell’arte, su queste escursioni, era molto critico. Sì, l’Abruzzo, ma dove si trova di preciso, e che cosa c’è da ricercare lì, e che cosa ha che fare con la grande storia d’Italia? Nei loro occhi i viaggi erano considerati la passione di una persona stravagante da cui non c’era d’aspettarsi nessun risultato nuovo. Dall’altra parte la conoscenza degli abruzzesi del mondo al di là dell’Abruzzo non è neanche molto ampia, nonostante i loro studi di storia locale siano molto sviluppati.

L’uomo non ammette volentieri di non conoscere qualcosa. Dall’ignoranza si formano giudizi generali alterati. Ancora oggi si riscontrano delle idee sull’Abruzzo collegate a paure. Si teme l’impenetrabilità delle montagne e si crede che la gente sia ruvida e spesso scaltra. Continuamente ci si chiede: ci si può muovere da soli, e non è pericoloso viaggiarci? Il diciannovesimo secolo ha creato il concetto del bandito abruzzese e ha messo in primo piano i briganti e le rapine. Gli esperti più precisi poi, sanno anche raccontare la piaga degli orsi e dei lupi. Come bisogna comportarsi in caso di emergenza?

L’immagine sbagliata dell’Abruzzo naturalmente è da correggere. In un altro punto ho cercato di elencare i viaggiatori e gli artisti che hanno visitato questo paese. Non sono così pochi, ma non sono abbastanza rinomati da creare un’immagine valida dell’Abruzzo in generale.

L’impulso per il riconoscimento del paese partí dagli scienziati. Gli stessi abruzzesi erano fortemente coinvolti, ma i risultati andarono solo raramente oltre i confini del proprio paese. Molto più successo ebbero gli sforzi che derivarono dagli studi internazionali. Io scelgo soltanto un paio di esempi notevoli. Il primo impulso partì dalla cartografia. Di creare delle cartine precise dell’Italia era la richiesta principale nel 18. secolo dell’Università romana. Ci si servì soprattutto di geografi stranieri, francesi, olandesi e spagnoli. Il geografo D’Anville (1697-1785) fu il primo a stabilire la distanza corretta tra Roma e Pescara, che è valida ancora oggi. Su cartine più vecchie la distanza indicata è molto più grande.

In Abruzzo si concluse il destino degli Hohenstaufen. Il 28 agosto 1268 Carlo D’Angiò vinse a Tagliacozzo contro Corradino, l’ultimo rampollo della casa imperiale tedesca. Il 28 ottobre fu fatto decapitare dal nuovo re francese insieme con il suo amico di gioventù, Federico del Baden, sulla vecchia piazza del mercato a Napoli. Questo evento attirò ripetutamente gli storici del XIX secolo in Abruzzo, per studiare la posizione del campo di battaglia con i propri occhi e per ricostruire l’avanzata e la partenza dell’esercito nemico. Così anche Friedrich von Raumer del quale, la storia degli Hohenstaufen in sei volumi è ancora di grande importanza, è stato a Tagliacozzo. Egli ha disegnato sul posto uno pianta precisa del campo di battaglia che ha aggiunto al quarto volume della sua storia. Gli studi di storici internazionali sull’Abruzzo da quel momento non sono stati più interrotti. A questi storici presto si unirono gli archeologi. Uno di loro era il rinomato Theodor von Mommsen che cominciò la sua opera su iscrizioni romane 1846 in Molise e in Abruzzo. Durante faticose escursioni ha copiato e valutato le iscrizioni. Il ricordo di Mommsen, che si è occupato altrimenti anche di quesiti sulle antichità della nostra regione, in Abruzzo è rimasto vivo anche a non esperti. Quante volte mi è stato detto, nei paesi che visitavo, che anche il grande Mommsen era stato in quei luoghi. Un tedesco e un francese, Heinrich Schulz di Dresda ed Emile Bertaux, crearono la base per una storia dell’architettura in Abruzzo che è ancora oggi di piacevole consultazione. IIIIIIL’arte orafa fiorente in Abruzzo è stata studiata completamente da tedeschi nell’ultimo secolo, e infine Ferdinand Gregorovius scrisse nel 1888 una prefazione dettagliata per i “Monumenti storici ed artistici” di Vincenzo Bindi, un'opera ampia che ancora oggi ha valore storico.

Un evento per cui l’Abruzzo divenne famoso in tutto il mondo, in un periodo recente, fu il prosciugamento del Lago Fucino, per mano del principe Alessandro Torlonia. Era il più grande lago dell’Appennino e il terzo in ordine di grandezza in tutta Italia, dopo il Lago Maggiore e il Lago di Garda. Gli idraulici ed ingegneri venivano dalla Svizzera francese e dalla Francia. All’esposizione mondiale del 1868 a Parigi fu conferito a questo prosciugamento il Grand Prix d’ingegneria, una lode dubbiosa, per avere distrutto il più bel paesaggio dei laghi Appennini.

La storia del Molise e dell’Abruzzo e dei loro monumenti artistici, oggi, è ampiamente conosciuta. Avremo ancora abbastanza occasioni di entrare nei suoi particolari. Quello che mi lega personalmente all’Abruzzo, naturalmente sono proprio questi dettagli; ma voglio cercare di collegarli l’uno con l’altro, per mostrare la coerenza interna dello sviluppo di tutti i fatti, i quali definiscono tutta la storia dell’Abruzzo. Questo finora, probabilmente per un buon motivo, non è ancora stato fatto, e nell’età disciplina singola e specializzata ci vuole molto coraggio e stoltezza, per affrontare certe ampie questioni. L’Italia, dopo l’unificazione dell’anno 1861, si è politicamente trovata in un dilemma. Lo leggiamo quotidianamente sui giornali e ne siamo comunque consapevoli, di quanto siano forti i contrasti non solo sul piano sociale ed economico tra il Nord e il Sud dell’Italia. L’unificazione è stata portata a compimento, ma l'Italia internamente è oppressa dalle grandi difficoltà di superare la diversità degli elementi.

Il Molise e l’Abruzzo, che appartennero per secoli al regno di Napoli, formano proprio il centro di rotazione tra l’Italia settentrionale e meridionale. Ora come si sono comportati in mezzo a questi contrasti? si sono rivolti più al nord o più al sud? Le influenze arrivavano da tutte due le parti. La parte settentrionale dell’Abruzzo e quella meridionale del Molise presero spesso direzioni diverse, e l’orientamento nel passare del tempo fù molto diverso.Almeno (o dopotutto?)da tali domande si può intuire un principio, su cui ritorneremo nuovamente, che accanto a una forma indigena i fili geografico-culturali corrono da nord a sud e viceversa, e che gli influssi dall’ovest dal Lazio e Roma sono molto più scarsi. Prima di affrontare queste domande singolarmente, dobbiamo occuparci un po’ più attentamente della geografia dell’Abruzzo e del Molise, in quanto il paesaggio ha influenzato fortemente il destino di questa regione, molto più che in qualsiasi altra zona italiana, e il paesaggio come la storia sono estremamente complicati.